Con Claudia culture, linguaggi e idee si incontrano intorno a un libro

Per la rubrica dedicata alle attività dei nostri volontari, questa volta non partiamo da una biografia, ma da un libro: più precisamente “Breve storia (d’amore) dell’ebraico” di Elena Lowenthal. Claudia, la protagonista di questa puntata, lo ha proposto di recente nel suo laboratorio di lettura che tiene ogni domenica mattina alla RSA Arzaga. È stata una rivelazione di cui hanno parlato tutti e noi non potevamo non occuparcene subito.
Sono diversi anni che lei tiene questo laboratorio sempre con successo, ma questa volta sembra che sia avvenuto qualcosa di speciale.
È stato il modo in cui hanno reagito gli ascoltatori: le loro osservazioni ci hanno galvanizzato tutti, l’ho sentito io, ma anche agli operatori della Residenza che si sono fermati ad ascoltare. È stato bellissimo, perché io leggevo, ma i residenti ne sapevano ben più di me. Correggevano la pronuncia ebraica e arricchivano la lettura di riflessioni, aneddoti, riferimenti personali. Certo, l’ebraismo è incentrato sul potere della parola scritta, ma anche chi non è ebreo ha riflettuto sul significato del linguaggio. Un pomeriggio eccezionale, un privilegio assoluto per me esservi al centro. Avrei desiderato che l’autrice fosse lì con noi per ascoltarci.
Anche il fatto che la Residenza abbia ospiti provenienti da molte parti d’Europa e del Mediterraneo avrà avuto il suo peso…
Si, molte riflessioni erano legate al multilinguismo tipico della società ebraica. Qui la domenica ci sono almeno tre ospiti che parlano perfettamente l’arabo, persone venute dalla Libia, dall’Egitto o dal Libano. Mi hanno spiegato che in realtà l’espressione “Popolo del libro” non è prettamente ebraica, ma è il modo in cui l’Islam ha sempre chiamato gli ebrei. Poi mi ha molto colpito la riflessione fatta da una signora sul senso della scrittura: se si va da destra verso sinistra è come se rimanesse visibile lo spazio bianco per le idee con la pagina più aperta alle possibilità. Che, in fondo, è qualcosa che si riflette anche nel racconto della Genesi. D-o ha creato tutto con la parola, tranne l’essere umano, quello no, lo ha fatto con materiale di seconda mano, la terra. E tuttavia questa creatura è l’unica che ha la parola e dà il nome alle cose.
Torniamo indietro nel tempo. Come è nata l’idea del laboratorio?
I miei genitori sono stati ospiti della residenza, mia mamma in particolare è molto conosciuta avendo insegnato per 40 anni greco latino e italiano alla scuola ebraica. Venivo a trovarli la domenica mattina e leggevamo insieme gli inserti culturali dei quotidiani. C’era sempre qualche ospite che si aggiungeva. Quando poi i miei genitori sono mancati ho deciso di continuare, era il 2020. Oggi ci troviamo la domenica mattina, di solito io scelgo appunto un articolo o un libro che mi ha ispirato. In particolare, quello della Lowenthal l’avevo trovato a Firenze sul banco allestito dalla Comunità in occasione della Giornata della Cultura Ebraica, amo tantissimo l’autrice e mi sono detta: devo assolutamente leggerlo. Ora penso che ne regalerò una copia alla biblioteca della RSA.
Considerando l’entusiasmo può raccontarci di qualche altra esperienza?
Un’altra conversazione memorabile è stata quella su quando Israele aveva spedito sulla Luna una sonda non più grande di una lavatrice, ma molto orgogliosamente definita la missione spaziale meno costosa e più ecologica della storia. Abbiamo seguito insieme tutto l’iter del viaggio e i residenti si divertivano moltissimo. Ma abbiamo parlato anche della Zecca degli Stati Uniti, di come fanno gli uccelli migratori a sapere dove andare, delle richieste più strane fatte da miliardari ai concierge dei grandi alberghi di Manhattan. E poi ho raccontato della mia visita alla Corte Suprema di Israele, un posto che per me è molto caro fin dall’architettura, anche perché legato alla mia professione legale.
E la risposta è sempre stata così entusiasta?
Loro sono sempre molto ricettivi: la modernità di pensiero di queste persone è impressionante, le storie che condividono ti aprono il mondo. Un giorno abbiamo fatto il conto che c’erano sette, otto lingue diverse nel nostro piccolo cerchio. Ogni volta io esco da lì che sono felice.
E la prossima tappa quale sarà?
Leggeremo la storia della Barbie, creata da una donna, Ruth Handler, perché le bambine potessero immaginarsi adulte, indipendenti e in grado di fare qualsiasi cosa. Credo che sull’argomento in molte avranno esperienze da condividere.


